Virginia Elena Patrone

Leggere “Il Diario di Myriam”: perché fa bene

*Un articolo in precedenza uscito su Cosebelle Magazine*

Myriam è una ragazzina che dall’età di otto anni ha cominciato a scrivere il suo diario. Fino a qui tutto normale, direte. Ma Myriam, che ha iniziato ad annotare la sua vita quotidiana nel 2011, viveva e vive ad Aleppo, la seconda città per importanza in Siria, e riporta fedelmente i fatti che le sono accaduti negli anni di assedio e di guerra, fino al 2016.

Il suo diario, che ha rivisto poi con il giornalista e reporter di guerra francese, Philippe Lobjois, è stato pubblicato in Francia prima, poi in Italia da Salani e poi ancora in Portogallo. Bravo è stato Lobjois che, avendo saputo che Myriam teneva un diario, ha per prima avuto l’idea di pubblicarlo.

Perché leggere il diario di Myriam fa bene?

Perché siamo abituati a sentire le notizie di guerra dalla televisione, a leggerle sui giornali, e a vedere molte persone di varie nazionalità ed etnie, che sono scappate da situazioni molto, molto difficili e che hanno dato tutto quello che avevano pur di ricominciare da capo, in un posto dove la loro stessa esistenza non fosse messa in pericolo ogni giorno. Ma il notiziario non ci avvicina all’umanità delle persone, alla feroce realtà che sono costretti a vivere ogni giorno. Immedesimarsi invece prepara il nostro animo alla comprensione, all’empatia e all’accoglienza. La forza del suo diario è la semplicità. Myriam riporta anche i fatti più drammatici e paurosi senza usare una mano pesante, senza calcare sul foglio ma lasciando una traccia chiara di quello che è avvenuto attorno a lei, cui il lettore partecipa come se vivesse con lei e la sua famiglia.

Credo si possa immaginare che vivere in una città divisa in fazione in guerra tra loro, capovolga del tutto le priorità delle persone, ma da Myriam impariamo i particolari, i dettagli cui altrimenti non avremo mai pensato: ad esempio, potendo scegliere in che casa abitare, i piani alti – che in tempi normali sono sempre i più rinomati – essendo un obbiettivo più facile per le bombe, sono quando possibile da scartare, anche se alle volte non si può scegliere, si deve scappare in fretta perché il nemico è arrivato nel quartiere. Cercare casa in tempo di guerra non sembra così difficile: c’è sempre qualcuno che lascia la sua casa per andare altrove, in zone più sicure della città. O per espatriare. Ancora, attraverso le sue parole, vediamo come sia più complicato svolgere le normali mansioni di routine quando le comodità che noi diamo per scontante, come l’elettricità e l’acqua corrente, vengono a mancare.

Per il suo porsi per noi come un occhio all’interno di un mondo oscuro, che riporta condizioni non facili da immaginare, il diario di Myriam mi ha fatto pensare a un altro diario scritto da una ragazzina profonda e precoce, e con un grandissimo talento di scrittrice, Anne Frank. Quando Myriam ha cominciato a tenere il suo diario era più giovane della Anne che aveva a suo tempo iniziato a scrivere a Kitty, il nome dell’amica cui immaginava di rivolgersi: però abbiamo lo stesso la sensazione di guardare quello che si svolge dal buco della serratura di una vita altrui, con la stessa nitidezza e dettaglio. Myriam, come Anne, appartiene a una minoranza etnica nel paese in cui abita, infatti, è di famiglia Armena e cristiana, una famiglia che era già scappata dalla Turchia nel 1915, durante il genocidio che aveva ucciso così tante persone.

Il diario di Myriam è più diretto rispetto alla scrittura di Anne, forse anche perché sono più numerosi i fatti che si succedono negli anni tra il 2011 e il 2016, e lei li racconta quasi come si scrive una cronaca: i continui traslochi da un’area all’altra della città, i molti amici e i familiari che vengono uccisi vittime di una guerra che non avevano voluto e in cui non credevano, le brutte notizie alla tv che i genitori tentano di nascondere a lei e alla sorellina, la citta che lei tanto amava che andava inesorabilmente distrutta ogni giorno, oltre che la vita quotidiana sotto le bombe.

Quando Myriam può, per la prima volta dopo i bombardamenti, tornare nel suo quartiere dice, in un intervista rilasciata dopo la pubblicazione del diario:

“Era tutto distrutto, ma ho ricordato la mia vita là. C’era un senso di felicità passata.”

E anche se non ritornerà a vivere nel suo vecchio quartiere o nella casa in cui viveva, testimoni di momenti felici, continua però a scrivere il suo diario, e anzi alle volte si addormenta con il quaderno tra le mani.

Come quello di Anne Frank, il Diario di Myriam è un piccolo gioiello che ci da la possibilità di metterci nei panni di altri, di cambiare prospettiva, e questo non può che essere un arricchimento per la nostra stessa persona.

Fonti: Intervista a Myriam Rawick

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