Virginia Elena Patrone

« Les treize desserts de Noël en Provence » e il loro significato metaforico

I tredici dolci del Natale tipici della Provenza, i LORO significati metaforici e il Pandolce Genovese.

Noci o nocciole, mandorle, fichi secchi e uva sultanina, datteri, torrone bianco e nero, frutta candita o fresca, e la tipica focaccia all’olio chiamata in Francia “pompe a l’huile”

Ho letto che in Provenza l’arrivo del Natale viene celebrato imbastendo una tavola di tredici dessert, ognuno intriso di un significato differente e particolare.

Nella tavola di Natale si trovano, infatti, quattro tipi di frutta secca, e per la precisione dovrebbero presenziare noci o nocciole, mandorle, fichi secchi e uvetta, che secondo alcuni stanno a significare i quattro differenti ordini sacerdotali, ma perché non potrebbero essere invece -dico io- le stagioni dell’anno nuovo?

Penso, infatti, che potrebbe essere bello celebrare con gratitudine e abbondanza proprio per ringraziare dei frutti ricevuti e per chiedere un nuovo anno ricco di belle novità, ovvero dei frutti dei nostri progetti futuri, ricordandoci sempre della connessione con il ciclo del tempo della Terra, e quindi con la Terra stessa, cui volenti o nolenti siamo tutti collegati.

I datteri sono il quinto dolce da mettere sulla tavola: si dice che simboleggino Gesù perché nato in Palestina da dove provengono anche i datteri (ricordo, per esempio, che quel minuscolo rotondino sul seme, si dice sia la “O” pronunciata per lo stupore da Maria quando nel deserto, affamata, ha trovato i datteri, e che da allora si è incisa su ogni seme di questo frutto), ma cosa simboleggia Gesù? Oltre ad essere il figlio della luce, che viene celebrato metaforicamente durante l’equinozio d’inverno proprio perché è il periodo dell’anno dove si inizia il percorso di ritorno verso la luminosità dei mesi più caldi, anche detto Yule nei riti pagani, il figlio della luce rappresenta il nostro Io futuro, come forse direbbe Igor Sibaldi, una parte di noi che non conoscevamo e che sta per nascere e per venire scoperto, arrivando nel nostro mondo, messo in luce, nell’anno nuovo.

Inoltre Gesù è forse anche la connessione con una parte del nostro essere nascosta, non considerata, ma che esiste sempre in noi e di cui sentiamo la mancanza? Io penso, infatti, che Gesù possa essere associato al nostro essere ‘matriarcale’, ovvero quel modo di essere e di vedere le cose che è pronto a prendersi cura degli altri, che rispetta ogni essere vivente senza gerarchie di nessun tipo, che concepisce il successo in modo totalmente opposto a come speso viene inteso nella nostra società, e quindi in sostanza con il nostro essere equilibrati, aperti e connessi gli uni agli altri.

Penso a Gesù, che viene dalla Palestina, e mi viene in mente la Palestina di oggi, i cui territori non vengono evidenziati nemmeno più da Google Maps. Quindi, lo collego ai confini e ai conflitti che abbiamo dentro di noi, che non riusciamo a risolvere perché non sappiamo come fare, e forse basterebbe solo andare oltre, quindi la domanda qui potrebbe essere: come si fa ad andare oltre?

Ritornando ai dolci del Natale provenzale, si aggiunga della frutta secca o frutta candita, e almeno di quattro tipi: questi, si dice, rappresenterebbero i desideri dei commensali, e personalmente questo significato mi garba assai: i frutti, sia freschi che canditi, sono nel mio immaginario, quell’Eden in cui ogni giorno possiamo vivere, se solo sappiamo cosa ci serve, cosa vogliamo veramente. Cosa vogliamo veramente?, dovremmo chiederci più spesso. Qual è lo scenario nel quale il nostro Eden personale si riesce a mostrare, cosa ci fa bene? Questa domanda fa molta paura, perché è una domanda troppo personale perché si riesca a rispondere senza perdere gran parte del nostro presente o del nostro passato. Senza lasciarsi indietro una bella fetta di qualcosa con cui ci identifichiamo e con cui siamo soliti definirci. Quindi mi chiedo, saremo coraggiosi abbastanza da dare abbastanza spazio al nostro figlio della luce di nascere?

Ecco poi due dolci sostanziosi: il torone bianco e il torrone nero, che rappresenterebbero il bene e il male, e mi trovo d’accordo su questo: entrambi sono importanti per la nostra evoluzione personale, per il nostro figlio della luce che è pronto a venire al mondo: il bene lo accrescerà, lo farà diventare grande e forte, e a modo suo anche il male farà lo stesso, se saremo così bravi da superarlo e andare oltre. Il nero del torrone di cioccolato forse rappresenta anche quella parte di ognuno di noi che deve morire per far spazio al nuovo “me”, la parte che si deve oscurare: ciò che è passato infatti deve lasciare spazio al nuovo perché la rinascita avvenga.

Infine, il tredicesimo dolce è la “Pompe all ‘huile”, una focaccia dolce e rotonda all’olio di oliva, per me simbolo della “perfezione della semplicità”, poiche composta e fatta con maestria con quelli che sono gli ingredienti facili da trovare perché locali, quindi metaforicamente esorta tutti ad attivarsi, poiché ognuno di noi, qualunque sia la situazione in cui si trovi, ha le capacità e le condizioni perfette per incominciare questo cammino di evoluzione, proprio a partire dalle cose più semplice che ha a portata di mano.

 

Il Pandolce genovese e i tredici dessert provenzali

A Genova e in altre parti della Liguria il dolce tradizionale di Natale è il “Panduçe” Genovese, un dolce che è composto, da quasi tutti i dessert provenzali mescolati insieme, in modo da formare una sola torta. La cosa bella di questa tradizione culinaria sono non solo gli ingredienti, che per me rimandano alla tradizione provenzale per via del legame storico tra la Liguria e la Provenza e quindi ai significati metaforici di cui ho parlato sopra, ma anche la sua ritualità: nella mia famiglia, per esempio, è il più giovane commensale che taglia la prima fetta di Panduçe, che deve essere conservata per il primo povero che bussa alla porta: la parte nuova dello spirito di ognuno di noi, il figlio della luce che è in noi, accoglie tutti allo stesso modo, nutre e si prende a cuore anche quelli che vengono generalmente chiamati poveri, che sono anch’essi una parte di noi, propria quella parte che tendiamo a isolare e che invece dobbiamo imparare ad integrare nuovamente nella nostra vita.

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