Virginia Elena Patrone

The Circle: una finestra sul nostro futuro?

Di recente ho visto il film The Circle, tratto dal romanzo omonimo scritto da Dave Eggers, che ha per protagonista una ragazza di nome Mae (Emma Watson) e parla di uno scenario distopico (ma non troppo) in cui un’organizzazione chiamata appunto The Circle, un po’ simile a Google-Amazon-Facebook messi insieme direi, ha in mano il monopolio della tecnologia, e soprattutto possiede tutti i dati dei suoi iscritti -salute, lavoro, famiglia, tempo libero…tutto (suona familiare?).

I dipendenti che lavorano in questo campus apparentemente fantastico, sembrano tutti soddisfatti del loro lavoro, poiché essere accettai a lavorare a The Circle è motivo di vanto e orgoglio, e hanno tutti una vita sociale molto intensa dovuta alle attività quasi obbligatorie proposte a tutti i dipendenti, per interagire tra di loro e condividere quello che fanno sui socials.

Non voglio qui parlare della trama, in generale si tratta di un thriller distopico che propone pero’ un’immagine molto simile alla società contemporanea, dove la maggior parte delle persone è disposta volontariamente a rinunciare alla sfera della vita intima e personale volendo condividere tutto di loro sui social, per…cosa? Questa è la vera domanda.

Vorrei qui analizzare il messaggio, infatti il film termina con la protagonista, che avendo creato una rivolta all’interno di The Circle, lo rende secondo lei e altri la versione “democratica” di quello che era prima. Infatti, in precedenza, due dei suoi fondatori traevano effettivamente tutti i vantaggi dalla mancanza di privacy della gente iscritta a The Circle: da un’enorme massa di dati che erano condivisi ogni secondo, per il semplice fatto di volerci essere, voler far parte di qualcosa, dimostrare di essere bravi, o di provare agli atri di aver partecipato a quel dato evento, per sentirsi cool. Nella versione democratica voluta e creata anche da Mae, ogni persona sulla terra si auto-documenta, filmandosi e inviando l’immagine di cosa sta facendo in quel momento, semplicemente per condividerlo con il resto degli abitanti della terra: secondo la loro teoria, condividere in questo modo le esperienze fatte, equivale anche a donare la stessa esperienza che si sta facendo soprattutto per coloro che non possono permettersi di farla.

Anche questa foga del voler condividere tutto suona molto familiare, penso ad esempio a Instagram e alle Instagram stories, o alle foto o agli statuts di Facebook, dove si leggono alle volte cose davvero personali (senza considerare che anche Facebook ha da poco aggiunto la possibilità di condividere stories, probabilmente data la popolarità che la cosa ha riscontrato su Instagram).

Instagram già di suo è uno strumento voyeuristico di auto-contemplazione: le foto condivise documentano per la maggior parte scene di vita quotidiana, vacanze, pranzi, amici e così via. Anch’io ho un account su Instagram, non fraintendiamoci, ma è lecito che mi chieda cosa sia la sua utilità, sia delle foto pubblicate, sia delle Instagram stories che mi sembrano per la maggior parte un grande fratello home made. Uno dei problemi agghiaccianti per me è il fatto che se non condividi qualcosa sui social, sembra quasi che tu non lo abbia fatto, come se quell’esperienza non esistesse affatto. A me pare forse simile alla sindrome del/la brava/o alunna/o, che alza sempre la mano e in modo teatrale, quando la maestra fa una domanda, solo per il fatto di far vedere che lo sa e che non riesce trattenersi dal dirlo.

Capisco chi lo fa per lavoro: Internet è uno strumento potentissimo capace di creare una grande visibilità, e avere visibilità significa avere dei clienti per i propri prodotti, di qualunque natura essi siano (libri, cosmetici, servizi di vario tipo). La cosa triste è che il prodotto puoi anche esser tu in persona, puoi venderti e avere dei fans come hanno le Influencer, che sono pagate per documentare e postare foto di quello che fanno, consumano, mangiano, bevono e comprano, proprio perché una massa di pecoroni dopo averle viste sarà portata a fare le stesse scelte in termini di acquisti, e non solo.

Mi viene in mente un concetto di cui parla l’astrofisica Giuliana Conforto in alcuni dei suoi libri, ovvero questa ossessività e idolatria per uno solo dei nostri sensi, ovvero quello della vista: per quanto riguarda il film, è come se in quella società (come nella nostra!) si volesse minimizzare un’esperienza al solo suo aspetto visivo, mentre ogni situazione o evento che ci troviamo a vivere non può in realtà essere condiviso perché fatto da una miriade di variabili molto più complesse di quelle che la sola vista riescano a riportare e comunicare ad altri. Ed è esattamente come restringere la nostra esperienza da essere umani sulla terra solo a quella del nostro corpo: anche quello ha di sicuro la sua parte, ma la nostra percezione va molto oltre il corpo stesso, e va oltre quello che riusciamo a vedere e toccare.

Quindi mi viene da domandarmi: qual è la società in cui vogliamo vivere? Facciamo davvero qualcosa ogni giorno per cercare di creare il posto in cui vogliamo vivere? Stiamo attenti su che strada le nostre azioni quotidiane, scelte da noi stessi, ci portano. La somma di quelle equivale ad una finestra sul nostro futuro.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *