Virginia Elena Patrone

La sacralità della morte: esempi di due spazi

Spazi rituali

Alle volte mi è capitato di pensare al perché in alcune tradizioni religiose, antiche o moderne, ci fosse la necessità di produrre il sacrificio di una vita, animale o umana, per una deità, in un particolare tipo di rituale.

Una delle spiegazioni che mi sono data è che la morte, come la nascita, siano delle situazioni che ci riportano in modo implicito al di là della dualità, proprio perché ci mettono in comunicazione con ciò che viene definito divino. Ovvero, nell’esatto momento in cui la vita entra o abbandona il corpo, che appartiene a questo mondo, si può avere la percezione che un’entità, la ζωη dei greci, si faccia strada all’interno o sfili via dal corpo stesso. E il dio è presente, in quel preciso istante. Questo devono forse avere provato, penso quindi, i sacerdoti, durante i rituali in cui sgozzano a morte un animale, vedendo la vita defluire insieme al sangue attraverso la gola tagliata, per via delle loro stesse mani. Quindi, forse, il sacrificio è sacro non tanto per il dono al dio in se’, ma proprio per quel minuscolo, impercettibile lasso di tempo in cui la vita esce dal corpo, ed è divino perché è proprio quel secondo che va al di la delle possibilità di comprensione dell’uomo.

Nel villaggio in Anatolia dove spesso mi trovo a passare del tempo, per esempio, alcune settimane fa era giunto il momento di affilare i coltelli perché il giorno del sacrificio, il cosiddetto Kurban Bayramı, si stava avvicinando. Nei piccoli villaggi, dove è facile che ogni famiglia allevi animali sia per uso personale che proprio come fonte d’introito, è molto comune che il sacrificio contempli uno degli animali del proprio gregge, pecore o capre, o persino mucche. Solo a sentire lo stridere della lama che veniva affilata sulla mola e vedere le scintille di fuoco uscire dal metallo, mi sono sentita completamente sopraffatta dall’idea di uccisione e per qualche secondo non mi sono sentita le gambe, ho poi continuato a camminare per una delle stradine sterrate, cercando solo di trattenere le lacrime. Mi chiedevo come si possa avere il coraggio di uccidere un altro essere vivente, seppure sia per via di convinzioni religiose. E poi, si tratta davvero di coraggio? L’etimologia di questa parola ci parla di cuore: coraggio infatti deriva da core (coraticum, per cuore) per questo avere coraggio significa riuscire a portare a termine le proprie scelte, se fatte con il cuore. Non voglio giudicare ma solo per pormi delle domande. Perché sebbene io non voglia discutere sulle differenti necessità che ognuno ha, a seconda della propria cultura di provenienza e scelte di percorso, personalmente credo mi sarebbe impossibile riuscire a compiere un tale gesto: le forze mi verrebbero meno. Uccidere un animale andrebbe contro il mio cuore, non sarei coraggiosa a farlo ma sarebbe un atto forzato.

 

Intromissioni in spazio-tempo sacri

Mi viene in mente, poi, un breve video che ho visto di recente su Facebook, che era la registrazione di un momento tra i più privati che io possa immaginare. Negli Stati uniti una ragazza dopo aver concluso i suoi studi per divenire infermiera, si reca nell’ospedale dove la madre era ricoverata all’ultimo stadio di un cancro. Con lei ci sono i professori dell’università che le preparano una cerimonia personalizzata in modo che anche la madre, malata gravemente, possa partecipare. Nel video si accenna al fatto che era da tempo che la donna non permettesse le viste neanche dei famigliari, perché le sue condizioni stavano peggiorando e probabilmente non preferiva farsi vedere in quello stato. Eppure la cerimonia pubblica-privata avviene proprio nella camera di ospedale di questa donna, che è entrata in come senza più risvegliarsi poi solo pochi minuti dopo la celebrazione formale della laurea della figlia. Il video lodava questo gesto –il fatto che i professori abbiano concesso di portare la consegna del diploma in un ospedale così che anche la madre potesse parteciparvi- come un atto di straordinaria umanità. E inoltre affermava che la madre stessa fosse riuscita ad aspettare, per morire, solo per vedere la figlia laureata.

Non so naturalmente come siano andate davvero le cose, non si può capire nulla da un video di pochi minuti né si deve dare credito a tutto quello che viene pubblicato sui social, ma questo video mi ha fatto riflettere: forse non è stato un atto di generosità, ma un’intromissione in un luogo e in un tempo sacro dove non si dovrebbe entrare se non in punta di piedi, senza far rumore, e di certo non muniti di telecamere e vestiti da cerimonia.

Le giacche  e le cravatte dei professori nel video parlano una lingua superficiale, inutile, falsa e completamente estranea alla straordinarietà di attimi che invece necessitano solo di parole silenti.

La morte, come la nascita, sono momenti in cui la realtà assume delle accezioni straordinarie, sono spazi sacri dove la realtà entra in contato con il divino e come tali credo che debbano essere rispettati.

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