Virginia Elena Patrone

Alcuni pensieri sul film Little Forest

Alcuni pensieri sul film Little Forest

Se dovessi parlare di un film visto di recente che è riuscito a regalarmi non solo una sensazione di benessere e pace, ma anche una certa spinta data dall’ispirazione che scaturisce nel momento in cui si contempla un’opera d’arte, parlerei probabilmente di Little Forest.

Il film, come il manga è diviso in due volumi, Estate/Primavera e Autunno/Inverno. Nato originariamente da una serie di manga di Daisuke Ihgarashi e ambientato nella regione di Tohoku, e diventato film sotto la direzione di Juniki Suzuki, è la storia di una ragazza che ritorna a vivere nel suo villaggio natale, in un’area rurale, dopo alcune esperienze di vita frustranti in una grande città. La storia racconta quindi soprattutto delle interazioni di Ichiko, la protagonista, con la natura che la circonda, delle sue fatiche e delle gioie ricavate dal coltivare la terra per produrre quello che mangerà nell’anno seguente, il tutto intervallato dalle ricette che Ichico prepara con gli ingredienti che ha a disposizione in ogni determinato periodo dell’anno.

Le ricette sono molto carine, e negli spazi ristretti della sua casa di legno – minuscola ma perfetta sotto tutti i punti di vista! – Ichiko ci delizia con dei piatti che fanno venire la voglia di cucinare e mangiare immediatamente, senza aspettare che il film finisca (se non fosse che gli ingredienti, almeno dove mi trovo io, siano irreperibili)!

Questa storia mi affascina molto. Ogni volta che guardo Little Forest, mi ritrovo a prendere parte alla vita di Ichico, e sono conquistata dalla sua pazienza, dai suoi tempi lenti, dalle ricette cucinate con una calma, una delicatezza e una ricerca di particolari a cui forse anche io anelo, ma che per la maggior parte delle volte che mi ritrovo tra i fornelli, per esempio, non riesco ad emulare. E inoltre, di certo le fatiche che si rendono necessarie quando davvero si coltiva la terra nella realtà sono stemperate nel film, perché viste attraverso il filtro dello schermo.

Di sicuro però l’idea di vivere circondata dalla natura è uno dei miei desideri, alla cui realizzazione mi sono avvicinata molto quest’estate quando sono andata a vivere in un villaggio Turco in Anatolia (qui un post in cui parlo un poco della mia vita al villaggio). Lo scenario nel villaggio dove abitavo era forse un po’ lontano da assomigliare alle atmosfere che si scorgono in Little Forest, ma almeno era un inizio, e gli inizi si sa, sono sempre più complessi e difficili rispetto alle abitudini.

Il film mi attira in una direzione in cui già consciamente so di volermi avviare, quello di una vita immersa nella natura, dai tempi più lenti dove ogni azione, ogni progetto è anche esteticamente bello, e non solo utile. Un modo di vivere che faciliti la mia espressione e tramite cui poter incanalare al massimo le mie potenzialità, cercando la bellezza in ogni cosa che faccio, anche in cucina. Certo la mia vita di ora non è molto lontana da questo ideale, solo non mi trovo completamente immersa nella natura, ma molto vicino ad essa. Questo modo di intendere la vita sta alla base di un atteggiamento mentale che può essere definito matriarcale.

Avere uno spirito matriarcale significa infatti, non gerarchizzare le azioni quotidiane tra più importanti e meno, ma svolgerle e avvicinarsi a tutte con la stessa disposizione d’animo di ricerca del bello e di armoniosità. Anche cucinare è quindi un azione che ci fa permeare nei meandri del sacro, perché il cibo ci dona non solo il nutrimento necessario alla sopravvivenza del corpo, alla sua salute e forza, ma ci indica metaforicamente che quello che  quello di cui ci nutriamo – i pensieri, le sensazioni e emozioni che viviamo e di cui ci appropriamo- faranno parte di noi e anzi, costituiranno quello di cui saremo fatto domani.

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