Virginia Elena Patrone

Tre storie: sintomi di patriarcato

Qualche giorno fa mi è capitato di venire a conoscenza di tre storie, storie vere e scioccanti. Il fatto che io le abbia sentite nello stesso giorno mi ha fatto arrabbiare, non solo riflettere. Perché è da tempo che pondero su questi argomenti, e non ho più tempo per questo, Marte mi tiene compagnia mentre, furibonda, sento la rabbia attraversare il mio corpo come una scossa elettrica.

Non commenterò le storie, ma le riporterò qui di seguito così come mi sono arrivate, e lascio a voi ogni ulteriore pensiero a riguardo.

L’unica cosa che voglio aggiungere è: non dobbiamo chiedere il permesso per essere liberi e forti. Forse queste storie sono più numerose in alcune aree geografiche piuttosto che in altre. Ma… lo sono davvero? E poi, fino a che una di queste cose abbia l’occasione e la possibilità di avverarsi, dovunque nel mondo sia, continuerò ad esserne disgustata e lottare perché non avvengano più.

Storia numero uno

Mia moglie ed io abbiamo dovuto chiamare un elettricista perché ci servivano delle nuove prese in una stanza della casa. L’elettricista, un ragazzo giovane e simpatico, arriva ed essendo in vena di chiacchierare, ci racconta una storia di cui è stato lui stesso protagonista. Non so bene come sia arrivato all’argomento, ma inizia dicendoci che tempo addietro si trovava a Bursa con degli amici, un giorno in pieno inverno. Vede al lato della strada una ragazza, immobile sul marciapiede, in pigiama e senza giacca. Si avvicina per chiederle se sta bene, ma questa non risponde. Lui capisce che era in stato di shock, parla con gli amici, non vuole lasciarla da sola a congelare, ma loro non se ne vogliono occupare. Allora lui la fa salire in macchina sul sedile posteriore per portarla a una stazione di polizia. Non essendo della città, avvicina un poliziotto per chiedere dove sia la stazione di polizia più vicina, e così lui stesso viene fermato e portato in questura per accertamenti. La ragazza nel frattempo viene portata all’ospedale, dove i medici dichiarano che aveva subito una violenza sessuale. Solo che la ragazza presenta un ritardo mentale, non parla e per questo il ragazzo viene messo in prigione, accusato di aver compiuto lo stupro lui stesso. Finalmente, dopo tre mesi, si riesce a reperire la famiglia della ragazza e il ragazzo viene scarcerato. Il padre viene messo in prigione al suo posto per aver abbandonato la figlia affetta da problemi mentali e per non averla cercata dopo che se ne era andata di casa, si scopre inoltre poi che un tassista aveva caricato la ragazza sul suo taxi, l’aveva violentata e poi lasciata sul marciapiede, proprio dove il nostro elettricista l’aveva trovata.

Avevo detto che non avrei fatto commenti, ma invece non posso. Perché questa storia mi fa accapponare la pelle, e non solo per una ragione. Il ragazzo elettricista si prodiga per aiutare una ragazza in difficoltà mentre i suoi amici si rifiutano; risultato: lui viene messo in prigione e gli amici no; un tassista ha il coraggio di violentare una ragazza affetta da ritardo mentale; e infine la ciliegina sulla torta, un padre e la stessa famiglia abbandonano la figlia perché affetta da ritardo mentale (in realtà non l’hanno propriamente abbandonata, ma non l’hanno più cercata, dopo che se ne era andata di casa, e dato che lei aveva problemi mentali questo equivale all’abbandono).

 

Storia numero due

Questa storia mi è stata raccontata da mia moglie, ed è successa a casa di una sua amica (notare che tutte queste storie mi sono giunte alle orecchie lo stesso giorno!).

Una nostra amica ospita due suoi amici, una coppia, nella sua casa a Istanbul. Una sera a casa della nostra amica i due cominciano a litigare, e lui la picchia: due ceffoni ben assestati. Oltre alla violenza fisica la minaccia di morte se lei avesse continuato a fare non so bene cosa. La nostra amica, era presente e si mette di mezzo e cercando di fermali ma loro continuano a litigare. Poi, quando sembrano essersi calmati, lei va dormire per via del mal di testa che aveva. Si sveglia dopo un’ora per andare in bagno, sente dei rumori provenire dal salotto: è il ragazzo che sta strangolando la sua compagna, e lei cerca di divincolarsi mentre soffoca. In qualche modo riescono a dividerli, con l’aiuto della nostra amica e di sua madre, entrambe in stato di shock. Loro stesse infatti si sentono violate per via della violenza che è avvenuta proprio nella loro casa, e sotto i loro occhi, per mano di uno che credevano un amico, una perosna OK.

Epilogo: la mattina seguente i due ragazzi partono, hanno concluso le cose che dovevano fare ad Istanbul e devono tornare a casa. Condividono su Instagram una foto dove si abbracciano e si baciano: si amano molto.

 

Storia numero tre

Questa storia me l’ha sempre raccontata mia moglie, sempre lo stesso giorno. Era all’università ed è stata testimone di una conversazione avvenuta tra due fidanzati.

 

Lei: Stasera le mie compagne di corso s’incontrano per un tè verso le cinque, in centro. Posso andare anch’io?

Lui: E chi ci sarebbe?

Lei: Mah, solo le ragazze del corso, solo ragazze.

Lui: E a che ora? Fino a quando staresti?

Lei: Mah, si incontrano là alle cinque e poi alle otto andiamo a casa.

Lui: E non c’è nessun altro, solo ragazze?

Lei: Sì, sì…

Lui: Va bene, vai pure, ma se ritardi anche solo di cinque minuti, ti giuro che ti ammazzo di botte (testuali parole).

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