Virginia Elena Patrone

Una pagina dal diario segreto di una mucca

E’ stato chiaro ed è stato scuro, fuori. Siamo qui, chiuse in una stalla con le ruote, che sobbalza in continuazione e ci spinge le une contro le altre. La paglia che stava per terra, messa probabilmente per ammortizzare i colpi, si è tutta ammucchiata da un lato, non mangiamo e non beviamo da quando siamo partite. Siamo salite qui sopra tramite una passerella, ci stanno portando lontano, siamo state vendute. Vedo ora per la prima volta, attraverso le sbarre, una ragazza* che s’interessa a noi, che cerca di guardar dentro e capire chi siamo. “Aiuto! Aiuto!” – faccio io. Cerco di farmi capire, mentre la stalla a ruote è ferma per un momento… per poi ripartire. Acqua per dio, dateci acqua. Spingo il muso più fuori che posso, mi sforzo, mi sporgo: voglio vedere che faccia abbia quella. Ma è già passata. La stalla a ruote è ripartita.

Ma no, non ne posso più, la mia vita è fatta di dispiaceri. Sono nata, e i pochi momenti che ho avuto insieme alla mia mamma sono stati i più belli che io abbia vissuto. Ma già, mentre parlo, la memoria si affievolisce, non ricordo i suoi colori, non ricordo il suo odore. Non ricordo il gusto del suo latte. Forse era come me, bianca, tutta bianca. Ho pianto tanto quando mi hanno portata via da lei, e sentivo che anche la mamma piangeva, lontana. Poi dopo qualche tempo non ho sentito più la sua voce. Mi hanno detto che per via del fatto che la mamma si disperava, le hanno probabilmente messo in bocca una specie di liquido strano, che ti fa dimenticare tutto anche chi sei, anche che hai appena avuto una figlia che ti è stata subito portata via. Anche il dolore fisico che provi nel sentirne l’assenza. Loro, i nostri padroni, vogliono solo il latte, e non gli va che noi figli lo si beva. Così almeno gira voce.

Siamo in tante qui dentro. E’ scuro fuori e il vento che attraversa le sbarre ci si fionda addosso, lo sento addosso come lame sottilissime e affilate che mi tagliano. Sono grande ormai, posso avere figli anch’io, come la mia mamma. In fondo lei aveva solo due anni quando ha avuto me. Chissà come sta ora, chissà se è ancora viva, se ha avuto un’altra figlia che già le hanno portato via, o se questa volta è stato un maschio quello che ha partorito. Qui di maschi non ce n’è quasi del tutto. Non ne vediamo mai, nemmeno quando siamo piccole. Ma io ne ho visti dei cuccioli, mentre ci trasferivano da una stalla al campo. Io ero piccola, avevo pochi mesi, e loro avranno avuto la mia età. Erano in una gabbia all’aperto, sotto un albero. Una mammella di plastica si sporgeva dall’esterno verso l’interno di ogni gabbia, e uno di loro vi si attaccava con la stessa foga che avrebbe usato sulla tetta della mamma. Ma il risultato era diverso, chiaramente. Che pena mi ha fatto. Loro sono destinati a essere uccisi molto giovani, tutti lo sanno. I padroni non li vogliono tenere, perché non producono latte come noi femmine. Anch’io come loro non vedrò la mamma mai più, so che diventerò mamma io stessa senza incontrare nessun maschio, e so che mi porteranno via il mio piccolo e che ne soffrirò come da qui al cielo. E non c’è niente che possa fare per impedirlo.

L’unica cosa che -forse- mi rincuora è sapere che chi fa questo a me e alle mie sorelle, lo fa prima di tutto a se stesso: sono loro che pensano di essere tanto intelligenti, e invece non sanno nulla, sono loro che pensano di essere liberi, mentre sono solo uno specchio di quello che fanno a noi e la loro stessa vita è una gabbia, anche se non se ne rendono conto.

Certo, invece preferirei essere libera nei campi e non dover dimostrare niente a nessuno.

 

*Metastoria: La ragazza sono io.

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