Virginia Elena Patrone

Desideri e barboncini

C’era la vista da quella passeggiata lungomare che gli piaceva proprio.

Ogni giorno, dopo il lavoro, sia col sole che con la pioggia, ci sarebbe andato, a fare due passi. Alle volte, quando il tempo era bello, si prendeva un cono gelato alla crema dalla gelateria che si trovava all’inizio della via, e si sedeva su una delle panchine in ferro che bordavano la stradina, quelle verdi con la vernice erosa dalla salsedine. Stava lì come in contemplazione, leccava il suo cono con lentezza, osservando i colori cangianti del mare, alle volte agitato, altre volte liscio come un lago d’inverno. Era il blu che gli piaceva? Era la sicurezza di trovare, in quel colore mai uguale a se stesso, il ritmo della sua anima? In realtà il motivo che lo attraeva lì non gli importava più di tanto. Starsene seduto a guardare il mare gli dava un senso di pace che mai, in altri posti, o in altre occasioni, aveva provato. Festeggiava in quel suo modo abitudinario la sensazione miracolosa che provava nel pensare di essere al mondo.

Nei giorni di pioggia invece che fermarsi in un punto, camminava lentamente, percorreva la passeggiata guardandosi intorno, posava il suo sguardo disattento sul rosso scuro delle mattonelle impregnate d’acqua, poi sugli scogli su cui le onde si frangevano creando delle trine bianchissime che ricadevano su un mantello di velluto di un blu profondissimo. Il mare: la casa dei pesci, un mondo nel mondo. Il loro mondo. Quanti erano gli abitanti che si nascondevano sotto a quel manto segreto, in quel preciso momento?

Quando era sovrappensiero, percepiva le chiacchere della gente come un ronzio, il quale prendeva per mano i pensieri che innumerevoli gli nascevano in testa ogni secondo, come aereoplanini di carta arrivati da un universo parallelo. Quando la pioggia era lieve si copriva il capo con il giornale che sempre aveva sotto braccio, e si fermava in piedi sotto al portico da cui attraverso delle scalette si sarebbe arrivati alla ferrovia: anche da lì la vista era infinita.

Come avrebbe voluto abitare in una delle ville che dava sulla passeggiata! Avrebbe avuto sempre quel panorama, ogni minuto passato in casa, anche lavando i piatti. Sarebbe stato lo stesso? Beh forse… o forse no. D’altronde poi era solo un sogno, uno di quelli troppo belli per esaudirsi. Camminando con il mento verso il cielo, guardava le fronde degli alberi che sporgevano in fuori dai giardini curatissimi.

Un giorno nei primi di giugno, seduto sulla panchina che correva lungo il massiccio edificio del faro a metà della passeggiata, osservava i passanti, i corridori della domenica, i tavolini dei caffè brulicanti di persone e cappuccini, i variopinti venditori ambulanti che si fermavano a offrire la loro mercanzia, fino a che una signora dalla pelle color ebano, con vestiti sgargianti, si fermò proprio di fronte a lui.

«Buongiorno signore, le serve qualcosa? Accendini, braccialetti, occhiali da sole… »

«Sì – aveva risposto lui – infatti, c’è qualcosa che mi servirebbe: una magia.»

Lei aveva accennato un sorriso. Aveva una cesta rotonda che appoggiava su uno dei fianchi morbidi, e una pesante sacca che si caricava sulla spalla, dal lato opposto al cestino, e che aveva momentaneamente appoggiato a terra mentre parlava con lui.

«Si accenda una sigaretta con questo, pensando alla sua magia – gli disse, mentre gli porgeva un normalissimo accendino di plastica gialla – sono due euro per l’accendino. La magia è gratis.»

Accettò l’offerta di magia a costo zero, con una mano prese l’accendino mentre con l’altra tirò fuori dalla tasca gli spiccioli per pagarlo. Non fumava neppure, lui. Non era tipo da prendere rischi nella vita. Però… un accendino non poteva essere così rischioso.

Si alzò dal posto in cui sedeva e si mise a camminare. Si appoggiò poi al bordo della ringhiera a guardare sotto di lui un deserto di scogli grigi che cuocevano al sole. Di tanto in tanto delle minuscole piante verdi, o delle lattine rosse alteravano la monocromia di quella superficie lunare.

«Ha una sigaretta?» Aveva chiesto alla ragazza che si era appoggiata poco lontano da lui alla stessa ringhiera. La ragazza aveva asserito col viso, aperto la borsa che teneva su una spalla, e prendendo una sigaretta dal pacchetto gliela aveva porta dalla parte del filtro, così che lui la potesse accendere subitamente.

Con l’accendino fece fiamma, sembrava un fumatore provetto: con la bocca sporta in fuori cercava di far coincidere la punta della sigaretta e il fuoco. E poi: più niente.

Si sforzò di aprire gli occhi: sembravano incrostati e pesanti. Il mare visto dall’alto, la passeggiata dove si trovava poco prima, ora sotto di lui. Davanti, un prato all’inglese e festoni di gerani arancioni che sbucando da enormi vasi di terracotta decoravano la balaustra. Di sicuro si trovava in una villa, una di quelle che tanto aveva bramato.

Ma… come vi era finito? La magia… aveva funzionato? Cercò di dire qualcosa, forse il suono della sua voce lo avrebbe confortato un poco: «Woof, woof! » Con suo grande stupore, invece che far uscire parole dalla sua bocca, aveva abbaiato. Guardando verso il basso cercò di scorgere il suo corpo, che sentiva attorcigliato: un pelo riccio e morbido color champagne lo ricopriva interamente.

La magia aveva funzionato, a suo modo. Ora viveva in una villa – vero – ma sotto mentite spoglie: si era trasformato un barboncino d’alto bordo.

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