Virginia Elena Patrone

La donna gatto

Una sera ero a cena fuori, in un ristorante piccolo e carino. E L’ho vista. Sedeva a un tavolo poco distante dal nostro, lei, il marito e una coppia di amici –immagino.

Era vestita con un maglioncino sottile e attillato di lana arancione, aveva capelli biondi tagliati a caschetto, corti subito sotto le orecchie, sorrideva sorniona e sprigionava intorno a lei un alone di fascino quasi tangibile, come una polverina d’oro che le ricadeva tutto intorno. Non ti attirava per la sua bellezza, ma era una donna con cui avresti voluto passare del tempo senza fare niente di speciale, avresti voluto visitare la sua casa per vedere dove viveva, che cosa amava leggere, e sapere se le piaceva andare al cinema. Eppure qualsiasi cosa avresti saputo su di lei non avrebbe fatto la ben che minima differenza sulla tua volontà di volerle essere vicina, di poter respirare la sua stessa aria. Non era un’ infatuazione, no. O forse sì. D’altronde l’invaghimento cos’è se non il vedere in un altro qualcosa che ancora si nasconde in te, mentre tu senti un rinato desiderio di viverlo appieno? Il tempo è infinito e inesistente in questi casi: ti si accende un desio in un secondo, ma sei convinto di volerlo da sempre.

Era per via della magia che quella donna emanava attraverso i suoi gesti misurati, il suo musino che si arricciava mentre rideva, e il modo che aveva di usare le dita per mettersi i capelli dietro le orecchie, che ti attirava. Oppure non era nessuna di queste minuzie, ma il solo fatto che fosse lei a farle le rendeva irresistibili.

Quando la guardavi avevi l’impressione che fosse un gatto, e che solo dopo fosse diventata un’umana. Era una donna e allo stesso tempo, una gatta.

 

*The feature image has been taken from Flickr Creative Commons, @ Stuart, https://flic.kr/p/4sqj48

 

 

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *